C'era una volta il derby

C'era una volta il derby

Il 20 novembre di 45 anni fa Erasmo Iacovone beffava il Bari con un pallonetto straordinario e proiettava il Taranto a schiantarsi verso sogni che non c’erano mai stati prima e non sarebbero tornati più. Un po’ come quella che era un tempo la sfida pugliese per eccellenza, e che di fatto ha smesso di esistere

 

DILUVIA, sull’asfalto e sui rifrangenti, sulla gramigna amara dei ricordi e sulla ruggine balorda dei balconi, diluvia mentre scrivo su una mezza domenica con l’autunno addosso, diluvia intorno e dentro ma stavolta sono inutilmente comodo e ho i capelli e i vestiti asciutti. Mica come quell’altra, 26 ottobre, era l’80, e se della o nella Sud sempre angeli eravamo, angeli poveri e sorridenti, ore e ore, ore da perderne il conto con un panino in mano, mezzo anche quello, ore d’anticipo per prendere il posto tra i gradoni sbreccati, ore adolescenti e poetiche, poetiche perché adolescenti, in attesa dell’ennesimo derby col Bari, chi mai avrebbe potuto osare l’incubo che a un certo punto, e per quasi trent’anni, non sarebbe esistito più? Stagione arcinota del meno cinque per il calcio-scommesse dell’anno precedente, ma unundici da togliersi il cappello, Pavone, Beatrice, Mutti, Ciappi, Gori. Nel diluvio la vincemmo grazie a un tap in del ‘pelado’ Fagni, dentro da poco, a benedire un sinistro incrociato del grande Cannata. Festa calcio-patronale: sublimata, dodici giorni dopo, dal mitopoietico 3-0 al Milan, Mutti, Cassano, Mutti. Sarebbe stata l’alba del cigno e della sua canzone, che avrebbe introdotto il tramonto: pur con quella (gran) squadra, il Taranto si sarebbe arreso ai suoi tendini, ai suoi equivoci, alle sue nevrosi e sarebbe retrocesso in C, alla fine. Un copione scritto come il nostro destino, a interrogare la storia, basta averne voglia e fare i compiti. Chissà perché, ma le cose queste sono e dove trovi un motivo ne spuntano altri dieci. Il Taranto, in B, non c’è più dal ’93. Di fatto quell’anno sparì dall’agenda del cuore e dei tabellini anche il derby col Bari, riapparso a Taranto la scorsa primavera in C con uno 0-0 inutile appena meno di quell’all’altro là, con Caramanno. C’era una volta il derby. Ei fu.

QUANDO C’E’ ERASMO di mezzo si perde il conto delle ricorrenze, delle commemorazioni, dei richiami e delle cifre più o meno tonde, che se tonde non sono vanno bene lo stesso: per una carezza, per un abbraccio lieve prima di prendere un sonno che non arriverà. A lui? Alla sua leggenda? A noi stessi, come sempre, perché chi piangiamo è quasi sempre ciò che piangiamo di noi, siccome è evaso per non farsi prendere più? Abbiamo bisogno di dirci bugie, se serve: va bene tutto, pur di tenerci dritti. Sotto questo stesso interminabile diluvio scoccano, mentre scrivo e firmo un pezzo che non avrei scritto, 45 anni esatti da un altro derby inciso nella stele: ‘il’ derby, credo proprio. Domenica 20 novembre del ’77.
Anche qui siamo ai paletti lisi dello stesso percorso. Suppongo che le forze vengano meno a un po’ tutti, dovendo ritrovarci a parlarne, noi anziani che c’eravamo, noi scrivani che ne scriviamo e che torniamo a scriverne per la cinquantesima volta, gli adolescenti che hanno al massimo un minuto da dedicare a qualcosa che sia altro da un video sullo smartphone, come si chiama’ ‘di tendenza’. Quella domenica, perché allora il calcio era sinonimo di domenica, di rito liturgico, la messa pomeridiana del prato e del rimbalzo, quella domenica noi eravamo lanciati, il Bari no. Per tutto il primo tempo i ventidue si menarono di profana ragione, altro che santa, Petrovic stoppò miracolosamente Penzo e poi uccise (alla Petrovic) Pellegrini in uscita, ma non c’era il Var, non c’erano gli opinionisti, non c’erano i virtualisti, c’erano solo gli uomini, e il Taranto rimase in piedi. Punziano menò Iaco altrettanto, perché allora funzionava così, compreso un fallo sulla trequarti da stroncargli il perone, e Iaco s’incazzò di brutto, perché (anche) allora funzionava così. Verso il declivio di un derby che sembrava inscalfibile, il passante Selvaggi, peraltro sostituito due minuti dopo, fece l’unica cosa utile di una partita inutile: punizione corta di Panizza, cross lungo sul secondo palo, Punziano in mezzo al mare e in ritardo, pare fuorigioco ma non lo è. La palla, lunga, spiove verso Iaco.
Il gol, disse, ridisse, ridice, Josè Altafini, non è mai il gol in sé. Il tiro. La palla che gonfia.
Il gol è il controllo. Il controllo è più di mezzo gol.
Il controllo è già gol.
Sicché Iaco, il Re Mite, stoppò la palla con l’interno sinistro, non il suo piede, esattamente come avrebbe fatto e farebbe Messi: incollandola ai trifogli. De Luca, subentrato a Venturelli, capì in quell’istante che restare tra i pali era la peggiore delle ipotesi, e gli uscì per accorciare gli spazi. Solo che non c’era, non esisteva una migliore delle ipotesi. Iaco non fece lo scavetto, come si sarebbe chiamato poi: Non disturbò il senso dell’erba.
No.
Iaco incollò la palla sulla tomaia, la impennò di pura caviglia e la alzò oltre il portiere senza altro suono che la musica della cornamusa.
Vincemmo noi.

PER PERDERE POI, tutti. Tutto. Perdemmo slancio, perché inspiegabilmente Iaco si bloccò per sette gare. 8 nelle prime 13, uno solo da allora in poi. Fummo secondi alla 14.ma, vapori oppiacei di serie A: saremmo finiti ottavi. Una granita di sogni nel frullatore dell’impossibile: anche ‘sta cosa funziona così, per noi. Nei successivi 7 anni, quando il derby di Puglia era ancora questo derby, con il Lecce la rivalità era inesistente prima che scoppiassero tafferugli tra le curve, con il Foggia non era esistita mai, tra Bari e Lecce l’astio non era ancora montato a livelli di guardia, nei successivi 7 anni (dicevo) di sfizi ce ne saremmo tolti: il 3-3 da loro, in rimonta, con Selvaggi di tacco e Caputi da 35 metri (’79), l’1-0 del povero, immenso Beatrice nel girone precedente, l’1-0 di Fagni che ho ricordato sopra e il toccante 2-1 in C del 15 aprile ’84, Formoso di testa da Chimenti, Galluzzo, poi gol annullato a Galluzzo, Chimenti con un destro alla De Bruyne, tutto in 5 minuti dal 20’ al 25’, da svenire, e un ragnesco Paese a sprangare la porta. Una letteratura che riempiva l’anima tifosa e le attese cittadine: nata, con un Arsenal Taranto- Bari del 23 marzo ’52, vinta con un gol di Arcari IV, e defunta fondamentalmente senza una data degna che non sia l’autoanalisi del pallone tarantino, il flusso interiore dello sbraco rossoblù.
E perdemmo, prima di tutto e molto oltre, Erasmo Iacovone, il Re Mite. Neanche quattro mesi dopo, travolto da un ladro fuggiasco mentre rientrava a mezzanotte dal locale di un amico che voleva distrarlo, dopo i pali e le prodezze di Ginulfi che ancora una volta gli avevano tolto la linfa del gol. “Metti che Paola mi chiama a casa”, disse. Paola, sua moglie, era a Modena per accertamenti: essendo in attesa della loro bimba.
E no, non esistevano i cellulari. Magari fossero esistiti.
E no, non si stava meglio, quando si stava peggio.
O anche sì, ma questo decidetelo voi.