Ciao professor Cassano

Ciao professor Cassano

Perdiamo uno dei più originali intellettuali dell'ultimo quarto di secolo. Andate in libreria a comprare i suoi libri: tutti belli, tutti accompagnati da un'intelligenza mai banale. Le nostre chiacchierate: lui insegnante di sociologia, io giovane studente di Scienza Politiche

 

Conobbi Franco Cassano nei primi anni ’90 del secolo scorso. Lui professore di Sociologia, io giovane studente di Scienze Politiche. Al di là del rapporto maestro-allievo, costruii subito con lui una sintonia speciale. Col senno di poi, posso affermare che diventammo in un certo qual modo anche amici. Di quella particolare amicizia composta, mai travalicante, che nutre lo spirito e rinfocola la curiosità per la conoscenza. Sostenni due esami inseriti nei suoi corsi di studi (Sociologia e Sociologia della conoscenza) e conversammo a lungo, in diverse circostanze, sui destini della sinistra dopo il crollo del Muro di Berlino. Su Albert Camus, autore de “Il pensiero meridiano”, tema che egli stesso poi s’intestò con una fortunata pubblicazione. Sulla sua passione per la moto e i giri che prediligeva fare in Valle d’Itria. Mi chiedeva di Taranto, dell’elezione a primo cittadino di Giancarlo Cito, del fatto che non si potesse replicare nel capoluogo jonico il felice esperimento dell’associazione “Città plurale”, costituita negli stessi anni dell’elezione diretta dei sindaci. Marxista nell’analisi dei fenomeni economici, liberale e socialdemocratico nella descrizione degli aspetti sociali e politici. Cassano, per parafrasare Norberto Bobbio, coltivava l’ambizione di poter coniugare pensiero e azione, riflessione e amministrazione. Politica e cultura non erano due linee parallele, come sosteneva il filosofo torinese, destinate a rimanere inconciliabili e distinte per loro stessa natura. Per questo accettò di sedere in Parlamento nelle fila del Partito Democratico. Esperienza che non lo esaltò mai abbastanza e, per certi versi, finì persino con l’annoiarlo nell’ultimo periodo Una volta, al telefono, mi confessò che forse si sbagliava. Che ideali e prassi fossero pianeti appartenenti a galassie diverse. Che il compromesso, l’azione dedita al piccolo cabotaggio finissero col deturpare ogni forma d’intelligenza critica. E adulterare anche gli uomini migliori. Gli risposi con le parole di Leonardo Sciascia: “Professore (non riuscivo a chiamarlo Franco…), un’intellettuale deve sempre stare all’opposizione…”. All’opposizione dei pensieri alla moda, delle opportunità neglette. Dei voltagabbana di professione. Franco Cassano fu un intellettuale finissimo. Anticipatore, con alcuni suoi libri, di temi che ancora oggi resistono all’incedere del tempo. Prefigurava una questione meridionale declinata tutta, o per buona parte, al positivo. Arrivò a sostenere che la lentezza di noi sudisti, i tempi che si dilatano all’ombra della calura estiva, fossero una virtù che i nordici potevano soltanto sognarsi. Lo stile aggraziato di pensieri che non si piegano ai voleri della tecnica. Con Paenisula – L’Italia da ritrovare, insistette sulla mediterraneità e la necessità di riannodare – e rinsaldare - un rapporto perduto con la nostra maggiore risorsa e suggestione: il mare. “La talassocrazia segna un discrimine tra noi e tuti gli altri, mai compiutamente perseguito”, ripeteva con fare pacato. Con L’umiltà del male, invece, portò alla luce il dialogo tra l’Inquisitore e Cristo, tornato sulla terra, in una Siviglia del XVI secolo, così come ci aveva insegnato Dostoevskij in uno strepitoso capitolo de “I Fratelli Karamàzov”. Il male vince perchè risulta più democratico, meno elitario del bene. E la nostra condanna, ieri come oggi, si nutre in buona sostanza di beceri luoghi comuni. Cassano esibiva con semplicità – e chiarezza espositiva – pensieri complessi, ragionamenti scivolosi come strade bagnate dallo scirocco. Sapevo che era malato da tempo. Non l’ho più chiamato, non volevo disturbarlo. Serberò con me le chiacchierate interminabili nei corridoi di Giurisprudenza, le domande incuriosite, a raffica, le risposte sempre garbate che chiudevano cerchi per poi riaprirne subito di nuovi. La paideia, l’educazione completa, senza cedimenti, secondo gli antichi greci. Circolare per l’appunto. Grazie infinite, professore…