Barbara D'Urso

Barbara D'Urso

Vacanze romane. Le riunione sullo stato di crisi dell'ex Ilva, nella sede del ministero allo Sviluppo economico, non sono altro ormai che gite fuori porta con colazione al sacco. Il fallimento è conclamato. Ma alla verità si preferisce il tirare a campare

 

Andare a Roma per discutere dell’ex Ilva equivale a fare una gita fuori porta con colazione al sacco. Parecchio fuori porta, considerata la distanza che divide Taranto dalla capitale d’Italia. Si va per bivaccare, insomma. Per farsi un selfie sotto qualche monumento. Allontanarsi dalla monotonia quotidiana. E non certo per parlare di piani industriali, relazioni sindacali, politiche produttive di medio e lungo periodo. Tutto questo, espressioni semantiche e linguaggio politichese annessi, strategie e modelli comparativi, non appartiene più alla disgraziata – e grottesca - vicenda tarantina. Del siderurgico non si sa che farsene. Non lo sa l’attuale ministro Urso. Non lo sapevano i suoi predecessori: i vari Calenda, Giorgetti, Di Maio, Patuanelli. Prima che fondere l’acciaio, l'impresa ubicata sopra le abitazioni del quartiere Tamburi fonda, nel senso che unisce, che lega indissolubilmente, il diavolo e l’acqua santa. La destra liberista e la sinistra socialista. La diossina, poi, al pari di altri agenti inquinanti smorza gli entusiasmi. Annebbia la vista. Alimenta la rassegnazione. I sindacati recitano una parte. La politica recita e basta. L’associazione degli industriale recita male. Le sigle ambientaliste non recitano neanche perché sono dieci e parlano undici lingue diverse. Se fossero state venti, avrebbero utilizzato ventuno modelli linguistici. Della serie: toglieteci tutto, ma non le nostre incrociate e amatissime idiosincrasie. L’informazione corre senza costrutto con microfoni al seguito. Microfoni muti da posizionare sotto il muso ora di quello, ora di quell’altro, perché il giornalismo è divenuto ormai mero – e reverente - esercizio all’ascolto. Cosa sia possibile ottenere con questi chiari di luna è presto detto. Niente. Lo zero assoluto. Il cazzeggio permanente. Il Governo Barbara D’Urso. Lacrime finte dinanzi a drammi reali.