01
Gio, Ott

Ora l'Italia sembra una grande Taranto

Ora l'Italia sembra una grande Taranto

Editoriali di Vincenzo Carriero

Un'intervista pubblicata su "la Repubblica Bari" a Sergio Rubini solletica la nostra fantasia ed esalta la vena di polemisti impenitenti. Taranto è grande, talmente grande da sembrare piccola. Come venirne fuori? Leggere Borges

Noi di CosmoPolis che siamo fissati per i titoli, che negli anni dell’università ci passavamo tra colleghi l’unica copia de “Il Manifesto” che riuscivamo a comprare per esibirla sotto il braccio, perché le parole di un Valentino Parlato e di un Luigi Pintor valevano più delle ideologie già declinanti, i ragionamenti profondi più dei dogmi preconfezionati, le epurazioni decise da comitati centrali votati all’ortodossi assai meno delle intelligenze critiche, questa volta dobbiamo ripiegare sull’arte della scopiazzatura. Del copyright preso in prestito. “Ora l’Italia sembra una grande Taranto” è il titolo dato  da “la Repubblica Bari” ad un’intervista realizzata con l’attore Sergio Rubini, nell’edizione odierna. Di grande Taranto è grande. Seconda città della Regione, con i suoi circa 200 mila abitanti, terzo centro dell’Italia meridionale, senza contare i capoluoghi siciliani, maggior realtà industriale del Mezzogiorno. Già capitale della Magna Grecia e unica realtà dalle origini spartane esistente al mondo. Una grandezza strana, disconosciuta. Che rischia sempre di palesarsi nel suo contrario. Inversamente proporzionale alla capacità, di noi tarantini in primis, di saperne dare una compiuta rappresentazione. E’ come se la nostra grandezza fosse considerata sempre nella disgrazia, nella cattiva sorte, e mai nelle opportunità da coltivare e saldare con un passato comunque interessante. Nella visione di futuro. Rubini lo dice chiaramente: “L’Italia adesso mi sembra come l’Ilva, una grande Taranto: ti metti la mascherina e rischi la pelle per il pane”. Esagera anche quando alle tare culturali che ci attraversano attribuisce la sola declinazione di “una città vecchia consegnata allo spaccio della droga”. Fortunatamente, e nonostante il nostro centro storico sia l’unico a non essere stato recuperato negli anni che segnarono la sbornia dell’elezione diretta dei sindaci, non è così. Esistono fermenti, tensioni ideali, tentativi eroici, per quanto isolati, d’invertire una tendenza sedimentatasi nel tempo. Figlia di un assistenzialismo pubblico (industria di Stato e Marina Militare) che ha favorito il parassitismo e relegato nell’arte spuria l’eventuale proposizione creativa. Più che l’Italia sembrare una grande Taranto, ci sia consentito, è Taranto che sembra essere una piccola Italia. O, come mi confidò una volta Curzio Maltese, “una città straordinariamente italiana”. Nel senso di un provincialismo esasperato. Sempre in prima fila quando c’è da posporre il grande ideale all’interesse monco, circoscritto. Salute. Ambiente. Lavoro. Sono tutti sostantivi di un’unica filiera adagiata sull’orizzonte. Sospesa tra ricerca avveniristica e quotidianità deprimente. Ricordo di aver letto una volta una frase di Borges che mi colpì molto: “Il giorno entra nella notte”. La luce squarcia le tenebre. Sempre. Comunque. E allora sì che saremmo davvero grandi, senza dovercene vergognare.