Agromed iscritta a Confindustria

Agromed iscritta a Confindustria

Spaccatuta in seno al CdA della società compartecipata dalla Camera di Commercio. Presidente (Cesareo) e vicepresidente (Lazzaro) si dividono sull'adesione - o meno - di un soggetto pubblico ad un'associazione di categoria privata. Siamo solo agli inizi. Sono i prodromi della campagna elettorale per la presidenza dell'ente di Viale Virgilio

 

Da Castellaneta a via Dario Lupo il giro è di quelli larghi e per nulla rettilinei. Poco male. Agromed, la piattaforma mai nata dell’agroalimentare, una sorta di nebulosa della nostra storia contemporanea, di fallimento economico e politico in egual misura, consumatosi nello spazio siderale degli ultimi trent’anni, è stata iscritta a Confindustria. L’ultimo Consiglio di Amministrazione della società compartecipata dalla Camera di Commercio (socio unico), tenuto nei giorni scorsi, ha recepito la volontà del presidente, e proponente della misura, Vincenzo Cesareo. Contrario, invece, il voto del vicepresidente sul punto iscritto all’ordine del giorno: il numero uno della Confagricoltura pugliese, Luca Lazzaro. Una sorta di vera e propria spaccatura frontale, una divisione netta, di taglio verticale quella andata in scena nei giorni scorsi in Agromed. Perché una società pubblica debba essere iscritta ad un’associazione privata, qualunque essa sia alla fine, è domanda dalla risposta per niente scontata. S’iscriva anche la Camera di Commercio quand’è così. Alla Confindustria. Alla Confcommercio. A qualsiasi “Conf” capiti a tiro. Si mischi, insomma, pubblico e privato, con una subalternità del primo rispetto al secondo, a nostro uso e consumo. Come può poi una piattaforma che, ripetiamo, dovrebbe occuparsi dell’agroalimentare di Puglia e Basilicata – e di parte della Calabria jonica - non tenere in debita considerazione chi rappresenta, in seno alla stessa società, il comparto dell’agricoltura? E’ come se escludessimo un ortopedico da un intervento chirurgico al ginocchio e ci affidassimo, in sua sostituzione, ad un’oculista. Cosa assai probabile, considerata la sanità dei nostri giorni. C’è qualcosa che non va. Più di qualcosa. Il fatto stesso che a presiedere Agromed sia un’espressione del mondo dell’industria, dell’acciaio old style, è un’altra singolarità di questa kafkiana vicenda. Cosi come i 10 milioni di euro disponibili da almeno tre decenni a questa parte, e mai spesi, perché le derrate agroalimentari (da imballare e spedire lungo le direttrici del nord Italia e del nord Europa) potessero finalmente avviare quel processo di diversificazione produttiva nella città vessata dall’inquinamento e dalla monoculture economiche in servizio permanente effettivo. Agromed spostato dal porto di Taranto ad un capannone in quel di Castellaneta, unico caso al mondo di una piattaforma di questo tipo fatta nascere fuori dai perimetri dello scalo marittimo, è la cartina di tornasole di quello che siamo. Una sorta di epifenomeno dei nostri limiti. L’indolenza che alimenta gli appetiti dei furbi. Aveva ragione Italo Calvino: “La menzogna non è nel discorso, è nelle cose”. Sono solo i prodromi della campagna elettorale che dovrà portare alla prossima presidenza della Camera di Commercio.