WIND WAY

WIND WAY

Quei giorni perduti a rincorrere il Vento davvero perduti non furono mai: il Signore dell’aria, delle correnti e del Tempo che vola si è concesso in esclusiva per CosmoPolis


 
“Mi sento ormai quasi pronto per dipingere un vecchio sogno che mi perseguita da molti anni: dipingere il vento. Sì, non mi guardi così. Dipingere il vento, ma non quello che passa tra gli alberi né quello che dà impulso alle onde e agita le gonne delle ragazze. No, voglio dipingere il vento che entra da una finestra ed esce da un’altra, così, niente di più. Il vento che non lascia traccia, quello tanto simile a noi, al nostro mestiere di vivere, quello che ci sfugge dalle mani senza sapere come. Il vento che lei, come Gabbiere, ha visto tante volte venire incontro alle vele e che all’improvviso cambia direzione e non torna più.
Questo è il vento che voglio dipingere.”
Alejandro Obregòn, in ‘Trittico di mare e di terra’.
Di Alvaro Mutis
                
                                                                            
Lo sa che ho amici e amiche che la conoscono bene, signore. Le corrono incontro per riceverla. Alzano le rande per cercarla. Come i poeti.
“Ma davvero. Tranne che io non conosco lei, né i suoi amici. Le sue amiche. Non sia assurdo.”
Ha ragione, signore. Però, in fondo, chi è che non la conosce? Guardi che non alludo solo all’aria nell’aria, o in faccia.
“Allora non cominci neanche a parlare di me, giovanotto. Con me.”
Ha ragione, signore: bis.
Esco e rientro, ok?
Lesse mai Mutis, e l’uomo che voleva dipingere il vento?
 
Il Vento si passa un refolo tra le foglie che danno tinta agli insonni: estate, autunno, che conta più. Tace altrove.
Poi mormora: non è stato il primo, penso a Renoir, Caravaggio, Moya. Che fine fa.
Così così, signore: perderà tutti i quadri a picco per via di una mina nel Golfo di Aden. Ma quello… Non voleva dipingere un sicomoro e i rami, una donna e il cappello, una riva e le spume. Voleva… Voleva proprio…
Capisco, dice. Inevitabile. Perché?
Perché cosa, signore.
Perché voi omìni vi ostinate, così spesso e così poco, a farvi domande adeguate come un pidocchio a una cattedrale.
Non lo so, signore. Non appartengo. Sono il pianista del saloon, vede le ghette e il gilè, e la schiuma di birra sul bancone: mi pagano con una spina a fine serata, una alla volta. Domani poi è sempre un altro giorno.

Il Vento mi volta le spalle.
Muto.
E penso: questo merito?
 
Non saprei mai se sia una gran cosa, quando sta zitto. Un vecchio proverbio tibetano se lo chiede da qualche millennio: Dov’è il vento, quando non soffia? Evito: lo interrogassi, scatenerebbe un tornado. Anche sì, che si astenga, che si plachi, è una bella cosa. Sono figlio dello scirocco e a me è sempre sembrato di sì, che è bello, quando succede, quando lui si assopisce sotto le dune anziché disegnarle. Tra le alghe nei sogni e il freddo nel petto, meglio il mare.
Ma se devo intervistarlo non posso ammetterlo.
 
Nacqui, dice, quando nacque il mondo sospeso, indeciso. Altre cose avevano bisogno di tanto, troppo tempo per contornarsi: milioni di millenni, ere, glaciazioni, evoluzioni inutili. Io no.
Restai come sorsi. Come mi alzai.
Uguale a me stesso.
Ho sempre provato pena…
Riprende.
Anche rabbia.
Per chi cerca di definirmi.
Per chi cerca i legni da piantarmi intorno.
Non pensa, giovanotto? Definire.
Recintare.
Il Vento.
Dipingere…
Dipingermi.
Il mio Senso, certo.
Non il cappello, le fronde, le onde. Certo che ho capito.
Il Senso.
Le ho già chiesto, giovanotto, che fine fa quell’uomo, in Mutis.
Obregòn. Così così, signore. A parte la sorte dei quadri, a un certo punto gli sparisce l’azzurro dagli occhi: si saprà poi che alla fine della pista morirà in una casa da pirata in ritiro che odora di pittura e di solventi e dalla cui terrazza si può vedere un mare inverosimile che ci fa ancora rimanere in attesa dei galeoni. Certe cose sono così come sono, e così se ne vanno. Le persone, insieme a loro.
Sì, dice il Vento, e si sfiora la brezza.
Inevitabile anche questo.
 
E’ inevitabile, signore, e mi perdoni se la incalzo: che in tanti ci abbiano provato e ci provino. Non tutti sono così stupidi, o arroganti, da presumere di recintarla. O così incoscienti da profanarle il Senso. Sognano, e basta. Pianisti migliori di me, signore.
“Per esempio, figliolo.”
Quei giorni perduti / a rincorrere il vento / a chiederci un bacio / e a volerne altri cento.
“De André. No, lui non c’entra col resto. Ha sempre trovato aperta la porta del Vento. Non è un caso che abbia scelto la Sardegna. E’ venuto con me.”
Lieto che esistano delle possibilità, signore. Se potessi insinuarmi, scrisse Emily Dickinson. Cercava le sue braccia.
“Donne. Ne ho avute tante: altra sensibilità. Guardi i rivoli della birra che scola dai boccali. Come si disperdono tra le fessure. Li rincorra, se è capace.”
Concetto reso. A Neruda lei ricordava un cavallo.
“Lo perdono. Non sempre la sua ispirazione poté contare su di me. Del resto, neanche il suo destino.”
Vento contrario: un classico.
“Un classico delle puttanate, giovanotto. E visto che vuol starci, si rinfreschi Seneca: non esiste un vento favorevole per il marinaio che non sa dove approdare.”
Questione di punti di vista, signore. Lo sa che a Taranto, in tutti questi anni, è esistito ed esiste il Wind Day? E non è il suo giorno celebrativo.
“Si risponda da solo: colpa mia se decido di tirare da nord, o di chi ha permesso, e continua a consentire, l’esistenza del camino e312 in testa al rione Tamburi?”
Dura contraddirla, neanche vedo perché dovrei. Anni fa sul mio quaderno ne segnai una splendida di Gesualdo Bufalino: Ci siamo scordati del vento, noi che abitiamo tra il cemento e il ferro, sotto corazze di lana.
“Avete fatto male. Avete fatto finta. Che case sono quelle case di merda, visto che mi parla di Wind Day. E tra il cemento e il ferro ci aggiunga pure il cartongesso, ché un giorno di questi se mi gira  faccio crollare quelle topaie con uno starnuto, mi dica lei se non arrivo. Se non sanno che arrivo. Se non piangono siccome arrivo. Se non muoiono siccome arrivo. Ma il boia chi è? Io? Che penoso bisogno avete di parlare d’altro, quando vi apparecchiate il vostro Wind Day.”
 
Taccio. Io, stavolta. Cos’altro posso.
Mi scruta.
Lo scruto.
Si passa una ruga tra l’ostro e il grecale, e penso: qualcosa succede.
Vado, scrive con un dito nel tramonto.
Ma, giovanotto.
Ma, signore.
Fu Antonio Tabucchi?
Sì, signore: un altro che è venuto con lei, e che non per caso scelse i cortili del Portogallo dall’Atlantico: Ci sono venti che accompagnano la vita: lo zefiro soave, il vento caldo della gioventù che poi il maestrale si incarica di rinfrescare, certi libecci…
Lo scirocco che si accascia, prosegue lui, il vento gelido di tramontana. Rilegga Tabucchi. La vita è fatta d’aria, figliolo.
Sì, signore.
Un soffio e via.