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Lun, Set

“Ambiente svenduto”, riprende il processo “dimenticato”

“Ambiente svenduto”, riprende il processo “dimenticato”

Cronaca

Il maxi processo che vede sotto accusa l’attività industriale messa in atto negli anni scorsi dall’ex Ilva torna a far parlare di sé

“Ambiente svenduto”, il maxi-processo che vede sotto accusa l'attività industriale messa in atto negli anni scorsi dall'ex Ilva, torna a far parlare di sé. Esaurito il blocco delle udienze dovuto all'emergenza COVID-19, il più importante procedimento mai celebrato in Italia in materia di inquinamento ambientale riprenderà la sua tabella di marcia. Che, giocoforza, dovrà rispettare ritmi serrati tenuto conto che ormai buona parte dei capi d'imputazione formulati dalla magistratura inquirente è caduta in prescrizione. Già, nonostante gli sforzi di velocizzare il più possibile lo svolgimento processuale di questa vicenda, molti reati sono stati “cancellati”... dall'incedere del tempo. Il riferimento è soprattutto alle contravvenzioni  in materia ambientale. Che non saranno le uniche. Perché con tutta probabilità la stessa sorte la seguiranno gli abusi in atti d'ufficio che sono elencati nell'articolato impianto accusatorio attualmente al vaglio dei giudici della Corte d'Assise. Gli stessi che da domani riprenderanno le audizioni dei consulenti del collegio difensivo chiamati ad esporre le proprie tesi sulla presenza della diossina negli alimenti e sugli esiti degli accertamenti epidemiologici. 

Il tutto si svolgerà nell'aula-bunker dell'ex sede della Corte d'Appello probabilmente nella stessa atmosfera che ha segnato le udienze precedenti. Un'atmosfera caratterizzata da un interesse che definire “scarso”, forse, potrebbe anche non rendere l'idea. Inutile negarlo, il maxi-processo che dovrà accertare  colpe e responsabilità per quanto accaduto nel territorio tarantino sino all'estate del 2012 (quando l'inchiesta deflagrò con sequestri ed arresti) con il trascorrere dei mesi, e prim'ancora delle restrizioni imposte dalla lotta alla diffusione del Coronavirus, ha visto scemare sempre più la presenza del pubblico in aula. Dopo le battute iniziali del dibattimento, la storia dell'ex Ilva gestita dalla famiglia Riva ha cominciato a non avere più seguito fra i cittadini, tanto che da tempo a presenziare alle udienze, oramai, sono sempre e soltanto le parti, i giornalisti e alcuni rappresentanti di associazioni ambientaliste.

Un maxi-processo “dimenticato” da chi invece avrebbe potuto avere la possibilità di ascoltare in presa diretta cosa i tarantini hanno respirato e mangiato in tutti questi anni e fino a quanto può incidere un'attività industriale gestita, stando al giudizio degli inquirenti, allo scopo di conseguire il massimo del profitto senza curarsi di adottare misure in grado di scongiurare sia l'inquinamento di un intero territorio  sia il verificarsi di incidenti all'interno dell'azienda. Proprio quelle accuse e quei sospetti che hanno poi portato i pubblici ministeri ad ipotizzare (a vario titolo e a seconda dei singoli imputati) contestazioni pesantissime, fra cui l'associazione a delinquere, il disastro ambientale, l'omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro e l'avvelenamento di sostanze alimentari, che è poi il reato che ha determinato la competenza della Corte d'Assise.

Come si può notare, le imputazioni più ricorrenti sono quelle relative ai danni provocati all'ambiente e, di conseguenza, alla cittadinanza. Da domani, fra gli altri argomenti, come accennato in precedenza, si tornerà a discutere anche della presenza della diossina negli alimenti. Secondo le tesi della Procura, gli allora vertici dello stabilimento non avrebbero adottato misure in grado di impedire che le emissioni derivanti dalle aree parchi, cokerie e acciaieria provocassero la contaminazione (ad esempio) dei terreni su cui insistevano diverse aziende agricole. Come sottolineato più volte dagli inquirenti nel corso del procedimento, sarebbe bastato gestire gli impianti in maniera adeguata per evitare la “mattanza”. Ma questo non sarebbe mai avvenuto. Alla luce della ricostruzione dei fatti operata dai pubblici ministeri, la diffusione nell'atmosfera di sostanze come diossina, polveri, IPA, benzo(a)pirene e metalli sarebbe stata in grado di inquinare i campi in cui pascolava quello stesso bestiame che, destinato all'alimentazione, fu poi abbattuto perché pericoloso per la salute umana. Ma non solo. Per le stesse ragioni furono mandati al macero numerosi quantitativi di cozze, risultati non commestibili proprio a seguito delle analisi effettuate nel 1° Seno del Mar Piccolo. Gli accertamenti  evidenziarono come i mitili non potessero essere consumati a causa dell'avvelenamento da diossina e metalli pesanti. Tutto questo, anni fa. Per quello che, invece, sta accadendo adesso crediamo che sia giunta l'ora che qualcuno (titolato a farlo) cominci a pensarci.

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