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Mer, Mag

Taranto, la rabbia e l'amore tradito

Striscione apparso nel centro cittadino

Sport

Corsi e ricorsi storici, pregiudicano sistematicamente il raggiungimento dell'obiettivo. Intanto Taranto si spacca, come sempre, due fazioni che professano il medesimo amore, vivendolo però agli antipodi

Tocca esserci per onor di firma. Perché se dovessimo commisurare la presenza al piacere di assistere ad uno spettacolo godibile, avremmo potuto chiudere a doppia mandata l'impianto del rione Salinella circa venticinque anni fa e costruirci sopra qualcos'altro.

Lecito parlare, almeno in casa jonica, a tutti gli effetti di "partita del rimpianto" per quello che sarebbe dovuto essere il gran galà della venticinquesima giornata, e non lo è. L'attualità infatti e purtroppo, racconta una storia diversa ed è lapalissiano come Taranto – Bitonto  rappresenti  nulla più e nulla meno della classica contesa nella quale la capolista rivendica spazio ad una compagine che nient'altro ha da chiedere ad un campionato che se finisse domani, toglierebbe un peso a tutti coloro i quali gravitano attorno all'affaire Taranto.

Sarebbe un bene in primis per la compagine societaria, resa tangibilmente esausta dall'oggettivo fallimento del "projecto", fatto di proclami agostani, tagli invernali e pezze per tutte le stagioni che col senno del poi si sono rivelate peggio del buco.

Giove uomo solo, o quasi perché tra chi si vede troppo spesso "prime time" e chi invece per deontologia e deformazione preferisce atavicamente operare nell'ombra, questo viaggio pare essere giunto all'estremo punto di un binario morto.

Avremmo tutti bisogno di chiarezza, di franchezza comunicativa, di sapere cosa non ha funzionato, chi ha tradito e perché. Fornire una versione che abbia almeno in superficie il sapore della verità piuttosto che lasciare che a parlare siano i collaboratori, ufficiali e non. Parla chi paga, sarebbe fantastico.

Sarebbe giusto spiegare cuore in mano almeno a milleottocento persone cosa è successo, chiedere scusa dell'umiliazione sopportata; solo attraverso questo passaggio magari si potrebbe mettere sulla bilancia quel tanto decantato cuore tifoso, pesarlo e considerare l'eventuale buona fede. Omicidio colposo, tanto per intenderci.

Invece no, non accade nulla di tutto questo ed è assurdo riscontrare come siano gli attori non protagonisti stessi a rendere ciclicamente stucchevole il quadro. Inconcepibile dover sopportare come, piuttosto che sfruttare la meravigliosa ed immeritata possibilità di confessare la propria parte di colpe in un fallimento innegabile, si preferisca sversare una porzione di fango diversamente odorante su questo o su quell'altro personaggio, utilizzando in modo personalistico gli spazi e ponendo l'"io" al centro di tutto. Ma d'altra parte, se in tre lustri nulla (compresi Presidenti, direttori e consiglieri) è mutato un motivo ci sarà. Colpa nostra che diamo possibilità a qualcuno di parlare e colpa sempre nostra che invece di andare avanti, alle volte ci fermiamo a cliccare e mea culpa, pure a leggere.

Poi c'è la città, c'è la piazza con le sue colpe. Due mari, un'anima nevrotica e dipinta.  Perla grezza, capace con i suoi tempi dilatati di esprimere la magnificenza dell'essenza mediterranea. Fuoco ardente e molle rassegnazione. Questa è Taranto, in grado di esaltarsi e deprimersi  nel giro di poche ore. Amore incondizionato ma anche gli occhi stanchi di chi ormai non ci crede più, cui troppe volte è toccato il banale, ripetitivo ma estremamente politically correct (ergo di moda, ndr) rituale di dissociarsi dalle minoranze.  Con la consapevolezza che di minoranza seppur rumorosa si tratta.

Non si può e non si deve minimamente pensare che la violenza, sia pur verbale, possa rappresentare la via. Ferma condanna a chi non ha di meglio da fare che appendere manichini, ma anche a chi, appropriandosi di un modus operandi di chiaro stampo mafioso lascia teste di animale e messaggi minatori in pieno centro cittadino ed ancora assoluto disprezzo verso chi attacca (sempre verbalmente) due ragazzi, che a modesto parere di chi scrive sono tra i pochi senza peccato, forse gli unici.  Questa non è Taranto, questi non sono i tifosi del Taranto.

Plausibile pensare come nessuno volesse arrivare a questo punto. Altrettanto credibile è pensare come sia la piazza che la società avrebbero anelato un epilogo diametralmente opposto rispetto a quello irragionevole cui siamo costretti impotenti ad assistere. Trattasi di incidente, e come in ogni sinistro che si rispetti c'è concorso di colpa, dato incontrovertibile, ma si faccia attenzione a non travalicare il labile confine, a non cercare di giustificare un colossale buco nell'acqua additando qualcuno o nascondendosi dietro qualcosa.

 C'è una Taranto che critica, in maniera aspra, che manifesta il proprio strenuo dissenso a voce alta, in maniera colorita certo ma senza dubbio civile. Non sono i tifosi il male del Taranto, non c'è premeditazione in tutto questo, non c'è una guerra in atto nei confronti di qualcuno. Mancano i risultati, ed esistono degli imbecilli, ecco l'addizione.

Poi ci sono i tifosi, arrabbiati e ancora una volta traditi. Ma questa è un'altra storia.