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Dom, Ago

LA GRANDE MAGIA

LA GRANDE MAGIA

Cultura

Il più complesso, profondo e forse meno noto dei lavori di Eduardo De Filippo è stato rappresentato mercoledì 5 al Teatro Comunale di Massafra dai formidabili attori della Pufa, compagnia locale di passione e d’arte: tutto esaurito, e applausi strameritati

“In questa scatola c’è la mia fede”, dice in un rantolo Calogero Di Spelta, unanimemente ammattito: ammesso che la cosiddetta sanità mentale, la decantata ‘normalità’, sia quella che stupidamente pretendiamo ogni giorno di intestarci tutti. E dovrebbe esservi, udite, anche sua moglie Marta, che quattro anni addietro, per fuggire con più agio, aveva fatto corrompere il docente di tutti i cialtroni, il pezzente ‘professor’ Mago Otto Marvuglia, affinché durante uno spettacolino facesse credere a Calogero che non di corna e abbandono si trattava, bensì di magìa, grande per giunta. Per riaverla, il marito affranto non dovrà far altro che aprire la scatoletta: al prezzo di ammettere, tuttavia, l’amara verità. Impossibile, per Calogero.
Che nei successivi quattro anni perderà fame, senso e senno, preferendo tenersi il sogno intatto di una compagna amorevole, devota, immacolata. Ma a quel punto non sarà più una semplice illusione: bensì una grande illusione. Figlia forse di una qualche magìa, qualche ma altrettanto grande. Come l’angoscia (spesso) di vivere, e il peso (spesso) di non potersi permettere un sogno. Piccolo o enorme che sia.
Grande, perlomeno, come l’affluenza dei convenuti, che mercoledì 5 hanno gremito il Teatro Comunale di Massafra (serata del ‘Corifeo’, associazione di volontari della cultura, in collaborazione con il Comune di Massafra). Grande, soprattutto, come la performance dell’intera compagnia Pufa, sorprendente solo per chi ancora non l’aveva ammirata in scena: Angelo Mansueto (un macerato, magistrale Calogero), regista, interprete, sceneggiatore; Luca Marzano, un Mago formidabile e sfigato nell’arte piuttosto magica di ricavare dalle Scienze Occulte mezzo chilo di spaghetti e una bottiglia di vino rosso; Angelica Giovinazzi, freschissima, ispirata, disincantata Zaira, oramai immune ai precari incanti del marito Mago ma non alle urgenze dello stomaco e delle bollette; Adriano Bellosguardo, nelle vesti impeccabili e alterne, intense, di Gregorio, il fratello di Calogero; e di Gianni Caragnano, camaleontico a sdoppiarsi nell’intimidatorio amante- corruttore (50mila lire la paga di Giuda) e nel siculo carabiniere vanamente sollecitato dal Calogero fresco di (inconsapevoli) corna: “Il sangue! Il sangue, ci vuole! La prova, le prove ci vogliono! Sennò, che mi denuncia?”.  Marta, nella rivisitazione di Mansueto, che è un artista vero, a tutto tondo (coeditore, con Luigi Notarnicola e Annalisa Palattella; e poeta, narratore, allenatore calcistico per buona misura), è sul palco un manichino senza testa trascinato da una catena; che è lo stesso Calogero a far propria, avvolgendosela. Cappio inevitabile, pena necessaria.
Poiché infine, quattro anni dopo, scaricata dall’amante la malafemmina si ripresenterà all’ovile, ossia nell’albergo diretto dal marito, implorando il solito Mago di rifare il trucco però al contrario; certi o speranzosi entrambi che il mentecatto ormai si beva tutto (“Che illusione, questi spaghetti…Però hanno un buon profumo, quasi quasi me li mangio”). Errore: folle oppure no, dipende dai punti di vista, Calogero non può riconoscere una donna che non riconosce e non è disponibile ad aprire la scatoletta. Né a traslocare dalla sua tatuata, eterna, definitiva, persa illusione.
Sì, la sua fede è lì dentro.
E lì continuerà ad abitare.
‘La grande magìa’ è quasi certamente il lavoro più complesso, profondo e inimitabile dell’inimitabile Eduardo De Filippo. Scritto e rappresentato nel ’48, non ebbe neanche lontanamente il successo che era stato tributato, per esempio, a ‘Filumena Marturano’: la gente, con tutta la guerra negli occhi e negli incubi, aveva solo voglia di vivere e possibilmente di ridere, non di pensare. Il contrario di ciò che accadeva in Eduardo.
Terminati i giorni giovani e ilari dell’avanspettacolo, culminati in tutte le sue fatiche più comiche e pure nella frequentazione dell’argomento (‘Sik-Sik, l’artefice magico’), Eduardo avrebbe classificato i versi di quella spensierata stagione come ‘La cantata dei giorni pari’. Non poteva durare, perché niente dura e la vita sottrae. Alla fase seguente, irta di spine e di disillusioni, il Genio napoletano avrebbe conferito un altro taglio e dato un altro indirizzo. Pazienza per un mezzo flop al botteghino: scrivere un capolavoro come ‘La grande magìa’ dovette nutrire ben altro che il suo portafoglio. Poiché, a parte tutto, di qualsiasi cosa sarebbe stato possibile discutere, e dubitare; tranne che il tocco di un Mago superiore, vate e burlone, divino e maestro, fosse quello del palco, una sedia, uno straccio, un fazzoletto bianco e sudore e lacrime che su commissione non sono mai, se c’è intorno la gente. La gente vera. Il mondo intorno. Rappresentato e reale.
Il Teatro.
Che non morirà mai.
‘La cantata dei giorni dispari’, l’avrebbe chiamata Eduardo. Un’altra stagione di fede assoluta.
Era dispari anche mercoledì 5 dicembre, a Massafra, con gli artisti della Pufa.