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Gio, Nov

Torniamo alla bellezza

Torniamo alla bellezza

Interviste

L’arte gentile di Vincenzo Santoro, o della semplicità: “Basta con le solite lagne. Tutto vero, ma basta. Ripartiamo dall’arte, dal mare, dalle persone”. Da persone così

Ulivi antichi, forti e gentili. Pale di fichi d’india che sorridono in primo piano, generalmente schive, appena affacciate su un angolo del paesaggio che sembrano voler presentare, ma al quale non intendono rubare la scena. Sterminate distese di papaveri, quasi sempre presenti, assieme ai loro gialli piccoli compagni di campo e di stagione, accomunati dalla stessa struggente bellezza caduca, fiori di poca vita e infinito rimpianto. Ma intanto allegri. E altri meno plebei, più spesso rose, raccolti in composizioni apparentemente classiche ma sospese. A volte arricchite da frutti della nostra terra, come mele cotogne. Poi tante mimose, rese con pennellate materiche che sembrano invitarti a coglierle, o ad annusarle, lasciandoti andare all’incanto dell’immagine che davvero potrebbe prendere vita, sotto le tue dita, come è stato nel momento in cui il Maestro Vincenzo Santoro ha creato il segno che ora ti illude. E ancora: pini che si piegano al vento protendendosi verso il mare.
E finalmente, il mare. Sempre, il mare. Certi azzurri che basterebbero da soli a dirti il mare, tutto il mare del mondo. Mentre invece i paesaggi che Santoro fissa sono prevalentemente nostri, pugliesi. Degli ottantasei dipinti ad olio realizzati dal 2004 al 2016, che è possibile apprezzare dal catalogo fotografico del ricco sito che il pittore cura (www.vincenzosantoro.com), oltre la metà raffigura paesaggi marini, con titoli quali “Osservando l’immensità del mare”, “La spiaggia e l’azzurro mare”, “Il profumo del mare”, “Luce, colori e suoni del mio mare”…. Mare generalmente calmo o poco increspato, che si spinge su rientranze dolci e pietrose, spiagge accoglienti che spesso ospitano sulla riva una o due barche di legno. A volte vestite di uno strascico, altre sormontate da lampare. Ma sempre sole.
Comincerò questa intervista chiedendogli se sono appena arrivate, sono pronte per partire o semplicemente sono. Lo incontro nell’ex chiesetta di Santa Maria della Scala, in Via Duomo, dove è di casa e attualmente espone, assieme ad altri compagni d’arte e di percorso, per la mostra collettiva “La città e il Natale”, curata dalle Associazioni Culturali sorelle “Santa Maria della Scala”, “Fratelli Rosselli” e “Vito Forleo”, pilastri di gran parte di quanto di artistico e solidale si realizzi da anni nella Città Vecchia.
Ognuno vede nelle mie barche quello che il suo stato d’animo gli fa percepire. Io vorrei sempre trasmettere soprattutto serenità, sensazioni semplici ma appaganti. Voglio far stare bene, come mi sento bene io quando guardo i paesaggi che poi ho voglia di dipingere, e come sto bene quando prendono vita sulla tela.
Nel ricco e simbolicamente fecondo campo semantico del mare rientrano anche altri soggetti che Santoro ama raffigurare, nello specifico gabbiani, ulteriore simbolo di libertà che ribadisce e completa l’allegoria analoga e potente del mare stesso.Questo anelito sembra essere sempre molto presente nei tuoi quadri.

Angolo di Puglia - olio su tela

Che rapporto c’è, appunto, tra la tua arte e la tua idea di libertà?
Il mare è una parte importante del mio essere. Sono nato a Taranto, il mare c’è in ogni mio ricordo. E poi è stato sempre il mare che mi ha permesso di realizzare il mio bisogno di viaggiare e di conoscere il mondo, luoghi e persone lontane, diverse. Quindi sì, ha rappresentato e rappresenta la mia libertà, che si completa nell’atto di dipingere, altro spazio libero in cui mi sento totalmente appagato, senza confini.
L’impressione che si avverte quando si osserva un olio di Santoro (se si è disposti ad abbassare la guardia di un atteggiamento snobisticamente cerebrale, che prima di farti godere di un piacere semplice ma autentico, paventa il rischio di sembrare non adeguatamente critico, competente, cool ) è quello di una sospensione fiabesca in un mondo che forse non è, forse è, forse era, forse può ancora essere. Con uno sforzo di fede. Ti vengono in mente pensieri così, che istintivamente hanno a che fare con la speranza e con l’amore. Ci vuole coraggio a mostrarsi senza pelle.  Ci vuole capacità tecnica, e onestà, a perseguire l’essenzialità. Si tratta di immagini dolci ma eccezionalmente luminose e nette, familiari per contesto ma anche perché in qualche modo universali, fuori dal tempo e dallo spazio, anche se tipicamente locali. Forse perché siccome questi luoghi hanno humus mediterraneo, recano radici più profonde di ciò che la percezione individuale permette di cogliere. Simboli potenti e antichi, usuali, trasversali e celebrati: si pensi ai limoni che esplodono nel loro giallo vitale e che rimandano ai cugini montaliani, per il poeta correlativo oggettivo di speranza, estate, illusione di senso che, lo stesso, si fa sia pur breve gioia. Anche se Santoro, per restare nel letterario, ricorda piuttosto Saba, nel suo amore senza remore per la materia e  la natura che rappresentando torna sua, diventa sua. Non deve cercare varchi che conducano all’illuminazione e al senso, perché per Vincenzo tutta la bellezza delle cose amate ne è portatrice, e varco generoso, accessibile a chi voglia crederci. Ma serve fiducia, e fede.
Fiducia, fede, speranza, ottimismo, energia positiva….sono parole molto usate. Io non ho paura di farle mie perché veramente mi rappresentano, e credo di vivere mosso da questi potenti motori. Non ho avuto una vita semplice, ma sempre ho scelto di non abbattermi, e se ci sono riuscito e perché ci credevo. Credo sempre, che le cose possano migliorare. Non accetto nessuna forma di vittimismo, è sbagliato, è pericoloso, fa male a tutti. Non ho avuto una vita semplice ma sono semplice, e lo sono anche i miei quadri. Perché le cose belle sono semplici. E per stare bene ci vuole poco.
I tuoi colori sono tutti bellissimi. Ma  sembri avere delle preferenze per i più luminosi. Come sembri prediligere paesaggi diurni. Hai dipinto meravigliosi tramonti (“Tramonto sul litorale ionico” e “Incontro al crepuscolo” fra tutti) e pochi notturni (“Ulivo secolare al chiaro di luna” e “Il sogno”, in cui da una finestra si intravede un plenilunio sul mare).
Vero, e proprio per lo stesso motivo di prima. Dopo una passeggiata sulla riva del mare in una mattina d’estate, col sole che ti riempie di voglia di esistere, stai bene, ed è un benessere che continua a illuminare la tua giornata, anche quando arriva il buio. Così vorrei trasmettere coi miei colori un po’ di quella sensazione vitale, e quando chi guarda un mio quadro mi dice che gli fa pensare a cose belle io sono veramente felice. Devo dipingere cose belle, luminose, senza pericoli nascosti, non voglio aggiungere inquietudini a quelle che il mondo fuori dalla tela sa regalarci a palate.
La natura, dunque. Una certa natura. Viva anche quando dovrebbe essere morta. Invece circa i ritratti umani voglio capire di più. Alcune donne, in genere con tratti esotici (“La gioia della vita nel tuo sorriso”; “Fammi entrare nei tuoi sogni, Jamila”, “Ballerina di flamenco”). O addirittura mitologici: una sirena con più pinne del consueto (ma un’espressione viceversa tutt’altro che inquietante). Un nudo con pudico violino a ribadire e coprire curve generose, ma anch’esso privo di malizia, figura bambina e imperturbabile nonostante il contesto. Un fisarmonicista zigano, il ritratto di un amico scomparso, un omaggio a Papa Giovanni  XXIII, un perdono, un paio di contadini. Poco altro.
Le donne con tratti esotici esprimono la mia curiosità per ciò che è lontano, e diverso. Mi piace mitizzare l’idea di quella differenza. Anche la Sirena significa sognare che altrove esista qualcosa di miracoloso. Sicuramente è una visione un po’ bambina. Ma è vero, in generale, ho più propensione per i paesaggi, mi mettono tranquillità e quindi forse mi permettono con maggiore immediatezza di trasmetterla.
Dichiari, e con un certo orgoglio, di essere autodidatta. In genere questo non significa non aver avuto maestri, solo di aver avuto la fortuna di averne trovati di diversamente “laureati”, e tanto grandi da essere capaci di indurre a cercare la voce di un Maestro in sé stessi.
Esatto, è quello che è accaduto anche a me. Io ho sempre amato disegnare, fin da piccolo. Quando dopo la scuola media si trattava di scegliere le superiori, io avrei voluto fare il Liceo Artistico. Ma era la fine degli anni ’70 e a Taranto, quantomeno, una scelta del genere per un ragazzo non era tanto ben vista. Mio padre, operaio all’Italsider, voleva per me un futuro in fabbrica, per cui mi iscrisse all’Istituto Tecnico Righi. Non lo finii, c’era bisogno di portare i soldi a casa. Mi iscrissi ai corsi professionali ENAIP, le cosiddette Scuole Arti e Mestieri, dove presi la qualifica di saldatore. In occasione del tirocinio mi mandarono proprio all’Italsider, dove lavoravo otto ore fianco a fianco con persone che non scorderò mai. Era un mondo grigio, spaventoso. Ma loro trovavano la forza. Si lavorava moltissimo ma quello che poi rimaneva in tasca non era lontanamente comparabile alla durezza delle condizioni. Mi mancava l’aria. Non era proprio quello che volevo fare. Sognavo sempre di disegnare, di viaggiare, di conoscere il mondo. Mi arruolai in Marina. Anche lì non fu facile. Ricordo però con commozione la sensazione stupenda di libertà che provai quando ci allontanammo da Taranto, per la prima volta andavo via da casa, ero in mare. Scuola di addestramento alla Maddalena, un posto che mi stregò. Purtroppo però non c’era verso che potessi allontanarmi dai settori della cantieristica e simili. Mi diedero la qualifica di meccanico, perché lo psicologo che mi fece i test riteneva che fossi tagliato per quello. Io gli dissi che invece non mi piaceva affatto e lui mi rispose che mi ci sarei abituato e in caso contrario conoscevo la via della porta… Mi adeguai. L’ho sempre fatto, e sempre poi ne sono stato contento. Alla Marina devo tanto. Mi piaceva navigare. Vidi posti che non avrei mai potuto vedere, forse, senza la Marina. Dai 19 ai 42 anni…
Luci, colori e suoni del mio mare - olio su tela

E poi che accadde? E quando arriva, la pittura?
Lavoravo in sala macchine. Quasi undici anni sulla Vittorio Veneto. All’epoca nei vani motori c’era moltissimo amianto, ad esempio erano in amianto sia i rivestimenti dei tubi che le guarnizioni tra le flange. Mi ammalai: asbestosi. Dovetti andare via, mi dichiararono “vittima del dovere”. Quanti compagni ho perso, anche più piccoli di me. Non l’ accettai. Stavo malissimo. Avevo paura, non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, se sarei sopravvissuto, se ce l’avrei fatta ad occuparmi della mia famiglia, dei miei tre ragazzi. In particolare il primo aveva (ed ha) grande bisogno della mia presenza, anche se dico sempre che è lui, con la sua dolcezza e semplicità, ad essere il mio pilastro. Entrai in depressione. Ma la mia natura è combattente e a soccorrermi venne proprio la mia antica passione, mai dimenticata. Iniziai a dipingere: per guarire, per farmi forza, per darmi un senso. Ma le mie tele non le facevo vedere a nessuno. Finché un giorno un amico mi passò un invito ad una mostra di quadri che presentava il Maestro Nicola Giudetti (Vedi inchiesta “L’isola che c’è”, CosmoPolis; n.d.r.), che io conoscevo quale grande pittore e attivista culturale della Città Vecchia. Lo vedevo spesso anche sulle TV locali. Trovai il coraggio: lo avvicinai e gli raccontai dei miei quadri. Mi invitò a portargli qualcosa il giorno dopo stesso, a bottega. Non ci credevo. Arrivai in anticipo, ero emozionatissimo. Iniziò così un’amicizia che mi avrebbe cambiato, restituito, la vita. Mi incoraggiò. Disse: noi esporremo insieme. Così è stato e da allora è cominciato un viaggio più che gratificante che mi sta portando sempre nuovi riconoscimenti, ultimo in ordine di tempo l’accoglimento nel Senato Accademico d’Onore della prestigiosa Associazione Culturale “Italia in arte nel mondo”. E’ stato dunque Nicola, il Maestro cui devo tutto. E anche la possibilità di entrare a far parte di un gruppo di persone dolcissime ed eccezionali, gli amici delle tre Associazioni culturali del Borgo Antico che organizzano da anni molteplici e meritorie attività alle quali cerco sempre di essere presente. Sono persone stupende, lo ripeto: Nicola Cardellicchio, Pasquale Chiochia (cui si deve la ristrutturazione della ex Chiesa della Madonna della Scala, realizzata con infiniti sacrifici e altrettanta positiva determinazione, quella che ci accomuna nonostante le difficoltà), i Carone padre e figlio, il Professor Antonio Fornaro… Io a queste persone voglio bene, e sono fiero di essere loro amico.
Non possiamo che chiudere con Taranto. La tua; quella che è; quella che era. Perché quella che sarà, attualmente non si può chiedere a nessuno, nemmeno a chi dovrebbe lavorare per questo. O forse sì. Solo a uno come te si può chiedere, se come credo serbi intatta una certa immanente propensione alla speranza. Che poi del resto quasi sempre era la principale attitudine dei profeti. Che anzi in alcuni casi spesso tali diventavano, a posteriori, proprio in virtù di essa.
Una città stupenda, meravigliosa. Si sono fatti un sacco di errori e si continuano a fare, ma mi sono stancato sia di parlare delle tante cose brutte, che di sentirne parlare con la solita lagna di quanto siamo messi male, quanto disperata è la situazione, quanto sono negativi i tarantini. Si, tutto vero, però basta. Facciamo intanto delle cose belle, proviamo. Pure piccole. Perché io me la ricordo, com’era Taranto Vecchia negli anni ’80. Sembrava si potesse solo radere al suolo, ed è vero o no che oggi, soprattutto grazie all’impegno silenzioso ma costante di singoli appassionati volenterosi, come appunto gli amici che citavo prima, le cose sono cambiate in meglio? Allora vuol dire che anche il resto di Taranto potrà uscire dall’attuale disgrazia. A che serve lamentarsi? Bisogna crederci, e poi fare. Certo, se ci si aggrega è meglio, e la mia stessa esperienza è in qualche modo simbolica di come sia sempre possibile rimettersi in moto in direzione della vita. Partiamo dal mare, dall’arte, dalle persone. Torniamo alla bellezza, non è difficile.
Non è difficile. Forse non lo è davvero.